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2024 03 12 – Beniamino Zuncheddu, pastore

Trentadue anni di una vita consunti
di uno pseudo monolocale all’interno
sbarrato alle finestre, serrata la porta.
Innocènte ero.

Senza un cognome,
in paradiso nessun santo,
sacrificale vittima stato sono, quella ideale,
per le falsità del testimone, unico, indottrinato.

Marchiato, quale pluriomicida, ad anni ventisei
lustri ho trascorso nelle patrie galere,
onore dando a quell’anfratto
con l’orgoglio e l’assoluta dignità del essere mio.

Rifiutàto ho un permesso premio.
La fierezza di non dover accettare
di uno spicchio di libertà l’elemòsina,
che gratificato avrebbe solo liberi.

Un premio, che necessariamente implicava
l’accettazione mia della pena
di un’ingiusta condanna per delitti tre,
che non volli e mai commisi.

Nanni Francesca della innocenza mia l’alea percepìto ha,
l’autorità Sua degli atti i fascicoli ha riaperto
e illuminate sono state le menzogne, ad arte costruite,
per relegarmi a miliardate di attimi di vita perduta.

Un risarcimento dovùto mi è.
Non per i negati affetti,
non per la vita non vissuta,
non per il padre di famiglia cancellato.

Non per l’onore calpestato,
non per la solitudine dei giorni e delle notti, tutte sempre uguali,
non per l’instancabile lotta dei famigli miei,
non per i pochi denari nostri dispersi nel maestrale.

Solo perché lo Stato italiano riacquisti
un briciolo di quella dignità di patria
che perderebbe, altrimenti, per uno dei suoi figli,
annientato, senza nisciuna arrescioni (1).

(1) “senza alcuna reale giustificazione” (ndr: traduzione dal dialetto campidanese)